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Vincent
Teatro
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“Com’è la tristezza? Blu. Com’è la gioia? Gialla. Dipingi questo.”
Vincent
Lo spettacolo nasce da uno studio delle lettere di Van Gogh al fratello Theo, trasformate in una drammaturgia che ne racconta l’anima tormentata e la sua visione dell’arte come atto liberatorio. Le due voci del protagonista – mentale e reale – si confrontano in scena, rivelando un conflitto profondo tra ciò che si pensa e ciò che si vive.
Il cuore della regia è il racconto di una gabbia interiore: la malattia mentale (bipolarismo e schizofrenia), il rifiuto sociale, il senso di esclusione. Van Gogh scrive: “Sono come un uccellino chiuso in gabbia.” Questa immagine guida l’intero spettacolo: una vita vissuta ai margini, in cerca di libertà.
Sul palco prendono vita i quadri più celebri: Campo di girasoli, Notte stellata,
Campo di grano con corvi.
Un unico elemento scenico rappresenta tomba, tela e gabbia.
Il bianco domina, pronto a essere invaso da videomapping e coreografie che trasformano la scena in una grande opera d’arte vivente. I quadri scandiscono i capitoli della narrazione.
Il conflitto interno di Van Gogh è espresso dalla dualità tra suoni mentali e reali.
La mente contraddice il corpo, il silenzio interrompe il grido.
Luci e colori sono la voce emotiva dello spettacolo: giallo per la speranza, blu per la depressione, nero come presagio.
Le ombre e le silhouette creano flashback e sogni, tra realtà e percezione.
Costumi ispirati agli autoritratti di Van Gogh, tra giallo e blu, simboli dei suoi sbalzi emotivi. L’ensemble veste abiti a ruota, per incarnare girasoli, stelle e corvi. Il costume è pittura, metafora e stato d’animo.
Van Gogh è simbolo di chi è inascoltato, incompreso, isolato.
Solo il tempo ha dato valore alla sua arte.
Noi, oggi, cosa facciamo per chi vive una gabbia?
Questa è la domanda che lasciamo aperta.
Giacomo Nappini Casuzzi
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Lo spettacolo nasce da uno studio delle lettere di Van Gogh al fratello Theo, trasformate in una drammaturgia che ne racconta l’anima tormentata e la sua visione dell’arte come atto liberatorio. Le due voci del protagonista – mentale e reale – si confrontano in scena, rivelando un conflitto profondo tra ciò che si pensa e ciò che si vive.
Il cuore della regia è il racconto di una gabbia interiore: la malattia mentale (bipolarismo e schizofrenia), il rifiuto sociale, il senso di esclusione. Van Gogh scrive: “Sono come un uccellino chiuso in gabbia.” Questa immagine guida l’intero spettacolo: una vita vissuta ai margini, in cerca di libertà.
Sul palco prendono vita i quadri più celebri: Campo di girasoli, Notte stellata,
Campo di grano con corvi.
Un unico elemento scenico rappresenta tomba, tela e gabbia.
Il bianco domina, pronto a essere invaso da videomapping e coreografie che trasformano la scena in una grande opera d’arte vivente. I quadri scandiscono i capitoli della narrazione.
Il conflitto interno di Van Gogh è espresso dalla dualità tra suoni mentali e reali.
La mente contraddice il corpo, il silenzio interrompe il grido.
Luci e colori sono la voce emotiva dello spettacolo: giallo per la speranza, blu per la depressione, nero come presagio.
Le ombre e le silhouette creano flashback e sogni, tra realtà e percezione.
Costumi ispirati agli autoritratti di Van Gogh, tra giallo e blu, simboli dei suoi sbalzi emotivi. L’ensemble veste abiti a ruota, per incarnare girasoli, stelle e corvi. Il costume è pittura, metafora e stato d’animo.
Van Gogh è simbolo di chi è inascoltato, incompreso, isolato.
Solo il tempo ha dato valore alla sua arte.
Noi, oggi, cosa facciamo per chi vive una gabbia?
Questa è la domanda che lasciamo aperta.
Giacomo Nappini Casuzzi
Trailer integrale
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