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Rumori fuori scena
Teatro
Rumori fuori scena
“Il tempo si sgretola, lo spazio si ribalta. E il teatro si guarda allo specchio.”
Con Rumori Fuori Scena, Michael Frayn ci conduce nel cuore del meccanismo teatrale, esponendone con affetto e ferocia l’anatomia più profonda. In apparenza una commedia brillante, in realtà un capolavoro metateatrale in cui spazio e tempo diventano veri e propri personaggi in scena, manipolati, distorti, smascherati.
La struttura in tre atti non segue la progressione tradizionale: non assistiamo semplicemente alla rappresentazione di uno spettacolo fittizio, ma alla sua preparazione (atto I), disintegrazione (atto II, dietro le quinte) e degenerazione finale (atto III).
Questa sequenza ci immerge in un tempo teatrale ciclico ma frammentato, dove il “prima”, il “durante” e il “dopo” si rincorrono e si contraddicono, lasciando affiorare le crepe tra finzione e realtà.
Lo spazio scenico si trasforma radicalmente: la stessa scenografia viene ribaltata tra un atto e l’altro, rivelando il “dietro le quinte” tanto fisico quanto psicologico degli attori. Il palcoscenico non è più un luogo di rappresentazione, ma un campo di battaglia tra istinto e forma, tra controllo e caos.
In questo gioco di scatole cinesi, la precisione temporale richiesta dalla farsa (entrate, uscite, battute, oggetti) si scontra con la fragilità umana: gelosie, amori, rancori e nervosismi mandano in cortocircuito la macchina comica, portando lo spettatore a riflettere, ridendo, sul precario equilibrio che regge ogni
forma d’arte — e ogni relazione.
Mettere in scena Rumori Fuori Scena oggi significa restituire al pubblico non solo una perfetta macchina del riso, ma anche un’indagine sul teatro stesso, sul tempo che fugge e lo spazio che si sgretola.
È uno specchio comico ma impietoso dell’invisibile lavoro dietro il sipario. E anche, forse, della nostra quotidiana fatica di “entrare in scena” ogni giorno.
Con Rumori Fuori Scena, Michael Frayn ci conduce nel cuore del meccanismo teatrale, esponendone con affetto e ferocia l’anatomia più profonda. In apparenza una commedia brillante, in realtà un capolavoro metateatrale in cui spazio e tempo diventano veri e propri personaggi in scena, manipolati, distorti, smascherati.
La struttura in tre atti non segue la progressione tradizionale: non assistiamo semplicemente alla rappresentazione di uno spettacolo fittizio, ma alla sua preparazione (atto I), disintegrazione (atto II, dietro le quinte) e degenerazione finale (atto III).
Questa sequenza ci immerge in un tempo teatrale ciclico ma frammentato, dove il “prima”, il “durante” e il “dopo” si rincorrono e si contraddicono, lasciando affiorare le crepe tra finzione e realtà.
Lo spazio scenico si trasforma radicalmente: la stessa scenografia viene ribaltata tra un atto e l’altro, rivelando il “dietro le quinte” tanto fisico quanto psicologico degli attori. Il palcoscenico non è più un luogo di rappresentazione, ma un campo di battaglia tra istinto e forma, tra controllo e caos.
In questo gioco di scatole cinesi, la precisione temporale richiesta dalla farsa (entrate, uscite, battute, oggetti) si scontra con la fragilità umana: gelosie, amori, rancori e nervosismi mandano in cortocircuito la macchina comica, portando lo spettatore a riflettere, ridendo, sul precario equilibrio che regge ogni
forma d’arte — e ogni relazione.
Mettere in scena Rumori Fuori Scena oggi significa restituire al pubblico non solo una perfetta macchina del riso, ma anche un’indagine sul teatro stesso, sul tempo che fugge e lo spazio che si sgretola.
È uno specchio comico ma impietoso dell’invisibile lavoro dietro il sipario. E anche, forse, della nostra quotidiana fatica di “entrare in scena” ogni giorno.
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